Istituto PoliSpecialistico "Luca Pacioli" di Santa Anastasia

Anno scolastico 1997-98  

Aspetti della vita quotidiana nell'Italia del primo Novecento

Relazione finale sull'attività svolta dalle classi III C e III D della sede coordinata nell'ora settimanale di approfondimento curata dal Prof. Mario R. Storchi  
 

1. Premessa

Le ore dell'area di approfondimento sono state dedicate a un progetto di ricerca di gruppo effettuata  col mio supporto.
Tale ricerca ha avuto come tematica fondamentale lo studio dei mutamenti delle condizioni materiali di vita dall'Ottocento a oggi nella provincia di Napoli, che costituisce il bacino di utenza della nostra scuola (inteso non solo come residenza attuale degli studenti, ma anche come dimora originaria degli studenti e dei loro genitori).
Il lavoro ha preso spunto dalla lettura di un testo specifico che illustra le condizioni della vita quotidiana nell'Italia meridionale dall'Ottocento alla Grande Guerra, soffermandosi in particolare sull'alimentazione, l'abbigliamento, le abitazioni e le condizioni igieniche e sanitarie delle popolazioni meridionali (Mario R. Storchi,  La vita quotidiana delle popolazioni meridionali , Liguori editore, Napoli 1995).
La lettura comune di alcuni brani di questo volume ha stimolato la curiosità delle allieve riguardo le condizioni di vita nel recente passato. Le studentesse sono apparse in particolare sorprese dalla sensibile differenza che intercorreva tra le loro condizioni di vita e quelle delle generazioni passate.
Ho perciò invitato le allieve a utilizzare le domande che esse stesse si ponevano per redigere un questionario che, da sole o dopo essersi organizzati in alcuni casi in gruppi di lavoro, avrebbero poi sottoposto a persone di loro conoscenza che appartengono a generazioni precedenti, chiedendo loro di rievocare gli anni della propria infanzia.
Il risultato finale è stato di gran lunga superiore alle mie più rosee aspettative: le studentesse hanno redatto e consegnato circa un centinaio di questionari-intervista.
Non solo: alcune di esse oltre ai questionari hanno anche realizzato delle interviste utilizzando dei registratori, approfondendo ulteriormente le tematiche legate alla vita quotidiana nel recente passato.
Tutto il materiale è conservato e archiviato presso la Mediateca della sede coordinata del nostro Istituto.

 
2.0 Le caratteristiche generali del lavoro

La storia non è fatta solo di grandi avvenimenti e di personaggi celebri. Accanto ai pochi individui che sono stati protagonisti delle loro epoche hanno infatti vissuto milioni di persone alle prese con le difficoltà della vita quotidiana. Eppure la ricerca storica ha in genere ignorato questa umanità spesso sofferente che faceva da contorno al grande personaggio.
Il lavoro effettuato in questo anno dalle classi III C e III D della sede coordinata di Santa Anastasia ha il  grande pregio di aver ricostruito dei momenti di questa storia delle persone più umili, storia che è parallela alla storia ufficiale, cercando per quanto possibile di dar voce a quelli che la propria voce non l'hanno mai potuta far udire.
Il lavoro effettuato dalle studentesse ha un altro indubbio merito: attraverso le interviste realizzate sono stati trattati gli aspetti più importanti della vita quotidiana degli italiani tra l'inizio del Novecento e gli anni del boom economico: quale era il loro lavoro, come si svolgeva la vita familiare, di cosa si cibavano, come si vestivano, di quali malattie soffrivano e come tentavano di curarle.
 
2.1 Il questionario
Le domande poste nei questionari riguardavano infatti i diversi aspetti della vita di ogni giorno. Più specificamente, nella prima parte del questionario, dedicata all'alimentazione (alla quale è stato dedicato un maggiore spazio in quanto questa tematica è una vera e propria cartina di tornasole delle condizioni materiali di vita), le domande poste erano le seguenti:  Quante volte si mangiava mediamente in un giorno e a che orari?  Con quale farina era fatto il pane?  Che quantità di pane mangiava mediamente un adulto ogni giorno ?  Quali erano le verdure mangiate più spesso?  Quali erano i legumi mangiati più frequentemente?  Quali erano i tipi di frutta mangiati più spesso?  Quante volte al mese veniva mangiata la carne, di che tipo era e come veniva cucinata ?  Veniva mangiato del pesce? In caso affermativo di che tipo e ogni quanti giorni?  Veniva bevuto del latte? In caso affermativo in che quantità ogni giorno?  Che tipo di latticini venivano mangiati e con che frequenza?  Veniva mangiata della pasta? In caso affermativo di che tipo e ogni quanti giorni?  Che tipo di acqua veniva bevuta?  Quali altre bevande venivano utilizzate e in che quantità?  In che cos'altro l'alimentazione di un tempo era diversa da quella di oggi?
La seconda sezione del questionario era invece dedicata all'esame degli aspetti relativi al quadro patologico e più in generale igienico nel quale vivevano le persone intervistate. Le domande che hanno posto le studentesse nel questionario sono state le seguenti:  Quali erano le malattie più frequenti?  Come venivano curate?  In che cos'altro le malattie e la medicina erano diverse da quella di oggi?
Nella terza parte del questionario i quesiti formulati riguardavano l'abbigliamento:  Ogni quanto venivano cambiati i vestiti?  Con che frequenza si cambiava la biancheria da letto?  Ogni quanto si cambiava la biancheria intima?  Dove venivano comprati i vestiti e la biancheria?  In che cos'altro l'abbigliamento era diverso da quello di oggi?
Infine il questionario si intratteneva sulle caratteristiche delle abitazioni, analizzate attraverso le
seguenti domande:  All'interno delle case erano ospitati degli animali ? In caso affermativo quali?  Come venivano riscaldate e illuminate le case ?  In che cosa consisteva il mobilio delle case ?  Vi erano servizi igienici all'interno delle case ?  In che cos'altro erano diverse le case di un tempo da quelle di oggi ?
 
2.2 Le persone intervistate
Delle persone intervistate all'incirca il 30% sono nate negli anni Trenta, il 40% negli anni Venti, il 20% tra il 1910 e il 1919, il restante 10% è composto da persone nate ai primi del Novecento; una delle persone intervistate appartiene infine alla classe 1899.
In grande maggioranza le persone intervistate dalle studentesse sono originarie e hanno vissuto la loro giovinezza a Napoli e nella sua provincia, ma non mancano persone che hanno vissuto in altre zone del Sud (Salerno e provincia, paesi della provincia di Avellino) o anche del Nord Italia (Udine).
Per ciò che riguarda l'estrazione sociale oltre il 60% degli intervistati apparteneva al ceto contadino, il 30% circa a quello operaio, il restante 10% alla borghesia.
L'estrazione sociale era importante. Un impiegato delle ferrovie nato a Salerno nel 1901, nonostante avesse vissuto la sua giovinezza nei primi anni del Novecento mangiava carne otto volte al mese, beveva quotidianamente un quarto di latte, mangiava un giorno sì e uno no la pasta, beveva acqua del rubinetto e nella sua abitazione era già presente la luce elettrica.
E una donna del Vomero nata nel 1913 e figlia di un imprenditore edile, ricorda che nella sua infanzia mangiava la pasta quotidianamente, e che due volte a settimana sulla sua tavola venivano apparecchiate pietanze a base di triglie, calamari e merluzzo. Nella sua casa arrivava inoltre la corrente elettrica e l'acqua potabile del Serino.
In entrambi i casi si trattava, come vedremo più avanti, di condizioni materiali di vita privilegiate rispetto alla restante popolazione, rese possibili dall'appartenenza a classi economicamente molto più agiate rispetto a quelle popolari.

 
3.0 L'alimentazione

Sino a buona parte del Novecento la maggioranza degli italiani soffrì problemi di denutrizione, di sottoalimentazione o di alimentazione monotona (basata cioè su pochi principi nutritivi), che causarono effetti disastrosi sullo sviluppo psicofisico di milioni di individui e ne favorirono la predisposizione e la minore resistenza alle malattie, in particolare a quelle infettive.
La gran parte delle proteine assimilate dalle classi popolari italiane attraverso l'alimentazione derivava da sostanze vegetali, mentre l'apporto dei lipidi era molto limitato e proveniva in genere più dal consumo di condimenti grassi (olio di oliva, grasso di maiale, burro) che da quello della carne.

3.1 Gli alimenti di origine animale
Ancora nel primo Novecento la carne restava infatti un alimento inconsueto per una parte degli italiani, che la mangiavano solo poche volte l'anno, in genere nelle feste religiose o nelle grandi ricorrenze, e comunque in quantità molto limitate.
«La carne veniva mangiata una volta al mese e se non c'erano i soldi solo a Natale e Pasqua»  ricorda ad esempio in una delle interviste una donna nata nel 1915, mentre un'altra, nata nel 1906, riferisce che la carne si mangiava «una volta al mese, e quando c'era un matrimonio».
Dalle interviste realizzate dalle studentesse solo in due casi risulta che la carne veniva mangiata più volte la settimana, mentre al contrario in altre otto casi le persone intervistate hanno dichiarato che durante il periodo della loro infanzia la carne compariva sulla tavola della loro famiglia una volta al mese o ancora più sporadicamente.
Il consumo di pesce avrebbe potuto compensare la notevole carenza di proteine alimentari che si riscontrava nella dieta di parte degli italiani, soprattutto tenendo conto del grande sviluppo costiero dell'Italia. Invece, sino a buona parte del Novecento, anche il consumo dei prodotti ittici ebbe scarsa rilevanza nel nostro paese.
Dal momento che l'alimentazione dipendeva prevalentemente da prodotti locali, solo in ristrette aree geografiche immediatamente prospicienti il mare il pesce costituiva infatti un alimento importante nella dieta delle classi popolari. Ce lo conferma una delle interviste realizzate dalle studentesse: «mangiavamo molto pesce perché vivevamo vicino al mare», dichiara una persona originaria di Salerno.
Sono invece ben più numerose nel lavoro effettuato dalle nostre allieve le testimonianze che ci parlano di un consumo scarso di prodotti ittici. Eccone alcuni stralci: «il pesce era una cosa rarissima, solo a Natale si mangiava il capitone»; «il pesce veniva mangiato solo a Natale, ed era il baccalà e il capitone»; «mangiavo pesce anche una volta ogni due o tre mesi, mi ricordo che l'ho mangiato anche dopo un anno»; «no, il pesce non veniva mangiato perché non era necessario mangiarlo»; «il pesce veniva
mangiato solo ai matrimoni o ad altri tipi di cerimonie»; «veniva mangiato solo quando arrivava, ed era tutta la rimanenza del pesce e per questo costava di meno».
Quando le disponibilità economiche della famiglia lo permettevano il pesce veniva consumato una volta a settimana, il venerdì (giorno di magro) e si trattava delle specie più economiche, appartenenti al cosiddetto pesce azzurro (sarde, sardine, acciughe) o dell'altrettanto economico merluzzo (chiamato generalmente stoccafisso quando non era salato o baccalà in caso contrario) che arrivava in genere dai paesi nordici.
Il basso consumo di carne (soprattutto di vitello e di mucca) che caratterizzò sino a tutto il primo Novecento le aree meridionali dell'Italia rispetto al resto del paese era principalmente il risultato della limitatezza degli allevamenti bovini in quelle zone dell'Italia. Questo spiega anche lo scarso uso di latte che si faceva da parte delle popolazioni del Mezzogiorno. Quando non possedeva mucche, la famiglia contadina acquistava infatti il latte solo in occasioni eccezionali, quando vi erano persone che avevano difficoltà nel masticare: un bambino, un ammalato, un anziano.
Tra le persone intervistate dalle studentesse due hanno dichiarato infatti di non aver mai bevuto latte nella loro infanzia, altre due hanno ricordato di averlo bevuto molto sporadicamente.
Migliore, ma non di molto, era la situazione per ciò che riguarda i latticini. I latticini più diffusi, vale a dire quelli più consumati dalle classi popolari del Mezzogiorno, erano i formaggi e le ricotte ricavati dal latte di pecora e da quello di capra. I formaggi magri, più economici, venivano utilizzati soprattutto come condimento e tra essi uno dei più diffusi era il formaggio pecorino, in particolar modo nelle zone dove si praticava l'allevamento ovino. I formaggi grassi erano invece utilizzati come companatico. Il loro costo era maggiore in quanto venivano prodotti con la crema del latte.
«Qualche volta veniva mangiata la mozzarella» ricorda ad esempio in una intervista una donna nata nel 1910  «ma solo in caso di festa, mozzarella di Cardito».
 
3.2 Gli alimenti di origine vegetale
La carenza di carne, di pesce, di latte e dei suoi derivati divenne molto più profonda nei difficili anni della seconda guerra mondiale e del secondo dopoguerra. In quel periodo storico lo stesso pane, che costituiva l'alimento principe per gli italiani di inizio secolo, finì per essere razionato. «Durante il periodo della guerra ad ogni adulto venivano dati 50 grammi di pane» ricorda in una intervista realizzata da una nostra alunna una donna che visse la sua infanzia durante il secondo conflitto mondiale «finita la guerra vennero date delle tessere con le quali si andava al comune e venivano dati pane e pasta».
Ma anche quando era disponibile, il pane non era quello che siamo abituati a consumare noi oggi. Nell'Italia del primo Novecento il pane consumato dalle classi popolari era difatti spesso il prodotto di una miscela di diversi farinacei. Il tipo più diffuso era quello preparato con farina di mais e di grano (la prima in prevalenza sulla seconda).
Delle persone intervistate dalle studentesse 16 ricordano infatti di aver mangiato solitamente da piccoli il pane fatto con la farina del granturco (il cosiddetto scagnuozzo) mentre altre 11 consumavano pane realizzato con la farina mista (frumento e mais).
Non solo: anche quando veniva mangiato del pane di grano questo era ben diverso rispetto a quello prodotto per le classi agiate e benestanti. Quest'ultimo era difatti ben lievitato, soffice e dotato di una mollica bianca. Quello mangiato dalle classi lavoratrici era invece solitamente mal lavorato, poco lievitato e dalla mollica non perfettamente bianca, perché al momento della setacciatura del grano si eliminava solo la crusca più grossa, lasciando quella più fine, il cosiddetto cruschello. Ne risultava perciò un pane con una mollica compatta, che assorbiva più acqua, dal sapore leggermente acidulo.
Cibo gradito al popolo perché riempiva lo stomaco erano i maccheroni: i tipi più diffusi erano la pasta lunga e quella corta, i mezzani, gli ziti, la pasta mista e ovviamente gli spaghetti. Ma, come nel caso del pane di grano, anche per i maccheroni esisteva una sensibile differenza qualitativa tra quelli presentati sulle tavole dei ricchi e quelli consumati dalle classi lavoratrici.
È molto significativa al proposito la testimonianza di un salumiere nativo di San Sebastiano al Vesuvio e intervistato da una nostra studentessa: «mangiavamo la pasta che veniva raccolta nei mulini quando cadeva. Raccolta questa veniva venduta a poco prezzo (era detta minuzzaglia). La mangiavamo con i legumi tutti i giorni, con il sugo il giovedì e la domenica».
Insieme alla qualità della pasta variava a seconda dei ceti sociali anche il condimento: tanto poteva essere ricco quello delle famiglie benestanti (come il classico ragù), quanto era di solito economico quello delle classi popolari (che usavano spesso come condimento dei formaggi di scadente qualità).
Rispetto ai maccheroni era certo molto più diffuso in quegli anni il consumo di verdure e di frutta. Le verdure, in particolare, ricoprivano un ruolo fondamentale nel regime alimentare delle popolazioni, in quanto si trattava in genere di un cibo economico. Nelle campagne esso poteva essere addirittura gratuito, poiché la popolazione ricorreva per quanto gli era possibile alla vegetazione spontanea, che forniva i componenti base della cosiddetta minestra verde. La minestra verde era senza dubbio uno dei cibi più diffusi in Italia: pasto economico e caldo, preparato oltre che con ortaggi anche con legumi, esso costituiva in molte case, non solo contadine, il cibo tradizionale della sera, soprattutto d'inverno. In estate le verdure si consumavano invece più di sovente crude, a insalata, condite con olio.
Pur all'interno di sensibili variazioni da zona a zona, gli ortaggi più consumati nell'Italia di quel periodo storico erano i cavoli (adoperati principalmente per le minestre), i pomodori (mangiati freschi in estate insieme al pane o conditi a insalata, o preparati in forma di conserve per condire la pasta), le patate (bollite in acqua, cotte sotto le ceneri, condite o sfarinate crude per ricavarne pane o polente), i peperoni (che potevano essere mangiati fritti, arrostiti, crudi o mescolati in minestre) e le cipolle (utilizzate non solo come condimento, ma spesso anche come companatico).
Per ciò che riguarda la frutta le specie più consumate erano le pesche, le albicocche, le arance, le ciliegie, le pere, le mele, l'uva.
Rilevante risultava anche il consumo di legumi, consumo che si incrementava nella stagione fredda, parallelamente alla diminuzione della disponibilità di verdure e di frutta fresche. I legumi più consumati erano i fagioli, che venivano anche mangiati freschi in estate, ma che erano soprattutto utilizzati secchi in inverno per la preparazione di minestre: «di solito si mangiava quasi tutti i giorni i fagioli»  ricorda ad esempio nella sua testimonianza una contadina di Ponticelli.
Molto diffuse erano anche le fave. Dopo i fagioli e le fave gli altri legumi più utilizzati dagli italiani erano i piselli, le lenticchie, i ceci e le cicerchie (le cosiddette chicerchie, oggi quasi del tutto sconosciute e utilizzate come foraggio).
 
3.3 Le bevande
Il quadro alimentare che è possibile delineare dall'esame dei questionari così ben raccolti dalle nostre studentesse non è certo felice. Non c'è d'altra parte da stupirsi molto, se si tiene conto del fatto che sino a tutto il primo Novecento anche l'approvvigionamento di acqua, in particolar modo di quella potabile, costituì spesso un problema per le classi popolari.
In genere gli acquedotti raggiungevano solo le città più importanti. Buona parte degli italiani era costretta a ricorrere alle acque di pozzo e a quelle di cisterna.
Sia i pozzi che le cisterne potevano, teoricamente, assicurare un tipo di acqua paragonabile per gusto e igiene a quella sorgiva. Ma la situazione reale era ben diversa. I pozzi erano spesso inquinati da detriti organici e da altre sostanze nocive che si trovavano sul suolo a poca distanza da essi, oppure da infiltrazioni di canali di scolo, di risaie, di pantani, di marcite, di liquami provenienti da vicini cimiteri; nelle aree vicine al mare erano frequenti anche le infiltrazioni di acqua salmastra. Le cisterne, in particolar modo quelle private, erano invece perlopiù prive degli accorgimenti necessari a filtrare le acque piovane (bacini di chiarificazione, strati di sostanze porose, ecc.) e venivano solo raramente sottoposte a operazioni di radicale pulizia.
Inoltre molti pozzi e cisterne rimanevano scoperti anche quando non era necessario attingervi acqua, di modo che erano all'ordine del giorno altri tipi di inquinamenti accidentali ed era frequente ritrovarvi insetti e rettili in putrefazione o escrementi di uccelli. Le patologie che derivavano dall'utilizzo di queste acque infette assumevano pertanto spesso un carattere endemico.
Delle persone intervistate dalle nostre studentesse il 50% utilizzava acqua di pozzo e il 20% quella di cisterna. Ma anche per il rimanente 30% delle persone intervistate dalle nostre studentesse che poteva fruire di acqua potabile proveniente da una acquedotto la situazione non era del tutto rosea.
In un numero via via crescente di paesi l'acqua potabile arrivava infatti convogliata da un acquedotto a delle fontane pubbliche ma il numero di queste era talmente ridotto (a volte ve ne era una sola per paese) che si formavano lunghe file di donne che attendevano il loro turno per riempire un recipiente di acqua. Così, alla fine, buona parte della popolazione preferiva continuare a rifornirsi dai pozzi o dalle cisterne.
Visto che l'acqua era spesso inquinata, era comprensibile che molti italiani le preferissero (ovviamente non solo per questa ragione) il vino. Ma per le classi lavoratrici il vino non era una bevanda abituale.
Il vinello, ottenuto lasciando macerare dell'acqua nelle vinacce che erano rimaste dopo aver ottenuto il vino, era perciò una bevanda molto più diffusa del vino, come stanno a testimoniare le innumerevoli definizioni che esso aveva: picciol vino, mezzovino, vino di famiglia, acquata, acquatina, acquarello, acquaticcio e così via.
Lo stesso vino veniva spesso allungato con acqua: «a volte quando pioveva ci mettevano l'acqua piovana nella bottiglia di vino», ricorda proprio a questo riguardo un ex pastaio nato a Casoria nel 1914.
Anche il consumo di altre bevande alcoliche, diffuso nei ceti economicamente agiati, rimase a lungo non rilevante nelle classi popolari. Tra le persone intervistate dalle nostre alunne solo una ricorda ad esempio di aver visto nella propria infanzia i suoi genitori consumare, in maniera peraltro del tutto sporadica, della birra. Anche i liquori venivano consumati raramente e spesso erano confezionati dalle stesse famiglie.
D'altra parte anche alcune bevande non alcoliche continuarono sino ai primi del Novecento ad essere dominio riservato delle classi economicamente agiate: era il caso del cioccolato, del tè, e anche del caffè.
Quest'ultima bevanda (introdotta dall'Oriente in Italia nel 1615 da mercanti veneziani) aveva cominciato a diffondersi tra le classi popolari (specie tra quelle che vivevano nelle città) a partire dalla seconda metà dell'Ottocento. Ma ancora nel primo Novecento il consumo di questa bevanda non era comune, come ricordano esplicitamente alcune testimonianze raccolte dalle studentesse: «a volte in visita di condoglianza si prendeva il caffè», ricorda ad esempio una donna nata a Cercola nel 1906, «il caffè si prendeva nei giorni festivi oppure ai funerali», testimonia un uomo anche esso originario di Cercola;
«il caffè si beveva in occasioni importanti come matrimoni o la morte di qualcuno»  ha infine riconfermato una donna nata a Portici nel 1930.
Nelle aree urbane era oltre tutto anche piuttosto consueta l'adulterazione della bevanda, ottenuta mischiando nella miscela insieme al caffè anche orzo, piccole fave, liquirizia, cicoria o altre sostanze. Nelle campagne l'adulterazione era invece per così dire esplicita: esisteva infatti il cosiddetto caffè dei poveri, ottenuto bollendo un po' d'acqua al quale veniva poi aggiunto un cucchiaio di orzo, d'avena o di ceci macinati.
Ben più diffuso era l'orzo, che veniva bevuto preferibilmente la mattina, diluito nel latte oppure in acqua; si trattava di una bevanda particolarmente adatta ai bambini e ai ragazzi.
 

4.0 Le condizioni sanitarie

«Le malattie si curavano con erbe, e le medicine erano rare e le malattie che oggi si curano con molta facilità prima erano degli ostacoli insormontabili, tanto da procurare la morte». Questa significativa testimonianza di una donna nata nel 1906, raccolta da una nostra studentessa, ci introduce bene al tema della salute, così come essa era vissuta dalle generazioni del primo Novecento.
Nell'Italia di quegli anni molte patologie avevano carattere endemico o cronico e la malattia era spesso una compagna costante della vita quotidiana delle classi popolari, sia urbane che rurali. Questo sconfortante quadro patologico era strettamente legato alla scarsa alimentazione, al tipo e alle condizioni dei lavori esercitati, all'insufficiente riparo offerto dalle abitazioni e a volte anche dal vestiario nei confronti degli agenti atmosferici, alla scarsa igiene personale e più in generale alle degradate condizioni
igieniche nelle quali versava la maggioranza dei paesi e delle città.
Inoltre chi si ammalava si curava spesso con l'ausilio della medicina popolare, ricorrendo a variegate figure di guaritori locali, mentre ai dottori si rivolgevano prevalentemente i benestanti e la popolazione che viveva in città: «solo nei casi più gravi» ricorda proprio a questo proposito una delle persone intervistate dalle nostre studentesse «si chiamava il medico per prescrivere qualche bevanda o medicinali quando erano indispensabili».
 
4.1 Le malattie infettive
Nel primo Novecento raggiunse il suo apice la diffusione della tubercolosi, parallelamente al proliferare degli stabilimenti industriali. La paura di contrarre la tisi, altamente contagiosa, era notevole. Continuava intanto a mietere le sue vittime il tifo, sia nella sua forma petecchiale (o tifo esantemico) che in quella addominale (febbre tifoidea o ileotifo). Le principali vie di trasmissione di questa malattia erano l'acqua inquinata dei pozzi e delle cisterne (a volte anche degli acquedotti) che la maggior parte della popolazione adoperava per bere, e in alcuni casi anche il consumo di frutti di mare.
Altre malattie infettive meno gravi erano presenti in forma spesso epidemica: morbillo, scarlattina, rosolia, pertosse, difterite, varicella, orecchioni, a volte colpivano alcuni paesi in maniera talmente estesa che il numero dei bambini contagiati era pari o superiore a quello dei bambini non infetti.
Nel corso del primo Novecento i risanamenti urbani (costruzione di acquedotti, di condotti fognari, raccolta dei rifiuti, miglioramenti nei sistemi di sepoltura, ristrutturazione dei centri storici) e i progressi nel regime alimentare condussero comunque a un miglioramento del quadro delle malattie di origine infettiva o carenziale (soprattutto per ciò che riguardava vaiolo, difterite, colera e tifo).
La situazione fu però improvvisamente aggravata da una epidemia di influenza che provocò nell'inverno compreso tra il 1918 e il 1919 quasi mezzo milione di morti in Italia. Nel mondo furono circa quindici milioni le persone che morirono a causa di questa epidemia che divenne tristemente nota come febbre spagnola e che restò a lungo nella memoria di molti italiani: «era una malattia con cui se ne cadevano i capelli e si moriva, soprattutto i bambini»  ricorda quasi ancora con terrore una donna nata nel 1917 che è stata intervistata da una nostra studentessa.

4.2 Le malattie di tipo infiammatorio
Tra le malattie che affliggevano più di frequente gli italiani che vissero nel periodo che va dall'unificazione del paese allo scoppio della seconda guerra mondiale vi erano indubbiamente le malattie di tipo infiammatorio che colpivano l'apparato respiratorio o quello locomotore e le malattie intestinali. In oltre il 70% delle interviste realizzate dalle nostre allieve sono difatti menzionate queste patologie.
Le patologie di tipo infiammatorio che colpivano l'apparato respiratorio e quello locomotore si manifestavano prevalentemente in inverno e in primavera ed erano causate principalmente dall'inadeguata protezione offerta dalle abitazioni e anche dall'abbigliamento rispetto agli agenti atmosferici, unitamente alle condizioni spesso disagevoli nelle quali si effettuavano i lavori. Tra le malattie dell'apparato respiratorio si segnalavano per diffusione e gravità la bronchite, la polmonite e la pleurite.
I medici del tempo adoperavano anche per queste affezioni dei salassi, oppure prescrivevano emetici, sudorifici, purganti e clisteri. Molto adoperate erano anche le sanguisughe: «la doppia polmonite» ricorda in una sua testimonianza un contadino di Saviano «si curava con le sanguine acquistate in farmacia; queste venivano applicate dietro la schiena per evitare che il sangue arrivasse al cervello».
La medicina popolare cercava invece di curare queste malattie utilizzando erbe selvatiche la cui somministrazione era a volte accompagnata dalla recita di alcune frasi propiziatorie. In caso di pleurite era molto diffuso il cosiddetto metodo di rompere la puntura («puntura» era la definizione data alla pleurite in diverse parti d'Italia, soprattutto nel Centro-Sud): si faceva soffriggere della ruta in olio, si bagnava con quel liquido un panno di lana e poi lo si strofinava con forza sulla parte dolorante. Anche i semi di lino venivano utilizzati per preparare un cataplasma utile a lenire le affezioni delle basse vie respiratorie.
Tra le malattie di tipo infiammatorio che colpivano l'apparato locomotore le più diffuse erano i reumatismi, le artriti e le artrosi, le cui cause erano in buona parte simili a quelle che provocavano le affezioni infiammatorie dell'apparato respiratorio.
Le malattie intestinali, che si manifestavano con maggiore frequenza nell'estate e nell'autunno, erano invece causate principalmente dal tipo e dall'igiene degli alimenti che venivano consumati e dall'acqua che si beveva, acqua che spesso proveniva da cisterne o pozzi che non soddisfacevano alcuna regola sanitaria.
Le parassitosi intestinali colpivano pressoché tutti i contadini; l'elmintiasi, in particolare, era spesso cronica nei bambini e la medicina popolare abbondava di rimedi atti a sverminare i piccoli, rimedi nei quali compariva in genere quale componente principale l'aglio. Anche le diarree acute, la dissenteria, le coliche addominali e le gastriti erano patologie intestinali molto comuni.
 
4.3 Altri tipi di patologie
Nell'Italia del primo Novecento era in aumento il numero di persone affette da malattie veneree. Nei piccoli centri e in campagna questo tipo di patologie divenivano perlopiù croniche, perché in queste zone gli ammalati erano più portati a non confidarsi col medico lasciando non curate le loro affezioni o affidandosi a guaritori locali. D'altra parte anche nelle città la cura delle malattie veneree era spesso affidata dalle classi appartenenti al proletariato e al sottoproletariato a curatori, segretisti o stregoni piuttosto che ai medici.
Tra le patologie la cui incidenza appariva in regresso vi erano invece le malattie della pelle (ad eccezione di quelle a contagio venereo), che risentivano favorevolmente dei miglioramenti registrati rispetto al passato nella pulizia personale, in quella delle abitazioni e del vestiario. Si trattava comunque di progressi molto lenti. Solo dopo le scoperte di Pasteur, ad esempio, la paura dei microbi diffuse dapprima nelle classi borghesi e poi gradatamente anche in quelle contadine e operaie un'abitudine prima
poco conosciuta: quella del lavarsi le mani. Ma il contatto con l'acqua rimase in genere poco gradito, soprattutto tra le classi rurali.
Le malattie cutanee, seppure in regresso, restavano perciò frequenti, specie tra il proletariato e il sottoproletariato urbano e rurale, anche perché in genere non erano curate a dovere. Tra queste malattie cutanee la più ricordata nelle testimonianze raccolte è la scabbia.

 
5.0 L'abbigliamento

L'abbigliamento popolare dell'inizio del Novecento, seppure non era così eterogeneo come nel secolo precedente, rimaneva abbastanza diversificato. Non era dunque diverso solo l'abbigliamento del cittadino da quello del contadino ma in una qualsiasi città vestivano in modo differente gli artigiani rispetto agli operai e questi rispetto ai disoccupati. Questa eterogeneità era presente anche nelle campagne: l'abbigliamento di chi lavorava la terra era ben diverso rispetto a quello dei pastori, e anche tra i contadini vi erano profonde differenze tra il vestiario del bracciante e quello del mezzadro, tra gli abiti indossati dal garzone e quelli del piccolo coltivatore diretto.
È quasi superfluo ricordare che tutti questi abbigliamenti erano distanti per così dire anni luce dal vestiario che oggi noi usiamo abitualmente: «l'abbigliamento era diverso da quello di oggi» ricorda ad esempio una donna nata a Pomigliano d'Arco nel 1917 «perché era costituito da vestiti diversi come mutandoni lunghi di lana, scarpe con i chiodi a testa larga, sottovesta che oggi non si usa più».

5.1 L'abbigliamento-tipo dei contadini
In un quadro così variegato è comunque possibile descrivere l'abbigliamento-tipo in uso nell'Italia  del primo Novecento tra le classi rurali, che costituivano ancora la maggioranza della popolazione.
Le donne indossavano una camicia che aveva delle maniche larghe, a sbuffo, in modo da facilitare i movimenti e dunque l'esercizio dei lavori. Al di sopra della camicia vi era un corpetto, fornito di stecche interne, che aveva la funzione di rendere più snella la vita e di far risaltare maggiormente il seno e il sedere. Solitamente sul busto era indossato un corpetto di panno, i cui colori e decorazioni variavano a seconda dell'età e dello stato civile della donna che lo indossava.
L'abbigliamento femminile era completato da una ampia gonna pieghettata, al di sotto della quale venivano indossate una o più sottane, generalmente di colore bianco. Al di sopra della gonna alcune contadine portavano un grembiule da lavoro. In inverno le donne indossavano al di sopra di questo vestiario una sorta di giubba o talora un mantello. Le gambe erano coperte con calze realizzate a mano con filo di cotone o di lana, a seconda della stagione per la quale servivano; in estate non venivano indossate. Le calzature erano perlopiù costituite dagli zoccoli. Il capo era generalmente coperto da una pezza di panno, il fazzoletto o tovaglia, che di solito era piegata a triangolo e scendeva sin sulle spalle.
L'abbigliamento-tipo del contadino dell'Italia di inizio Novecento consisteva invece in una camiciola, una giacca corta (al di sotto della quale si indossava spesso un panciotto) e un paio di pantaloni lunghi. Le calze erano di cotone o di lana, a seconda delle stagioni, ma non erano pochi i contadini che non ne facevano uso, specie in estate. Per ciò che riguarda le calzature le più diffuse erano le scarpe di cuoio chiodate. Il contadino indossava poi un copricapo che poteva essere di forma e modello molto diversi;
prevalevano comunque le berrette flosce. In inverno una maglia di lana, una sciarpa e un cappotto o un mantello servivano a ripararsi dal vento, dal freddo e dall'acqua.
Gli abiti indossati dalle classi popolari nelle aree rurali e nelle città erano confezionati con stoffe di tipo economico. In estate prevalevano i tessuti in cotone, come la cotonina (una tela di cotone leggera e lievemente pelosa) e il rigatino (un tessuto di cotone a righe minute, solitamente bianche e turchine). In inverno si utilizzavano anche la lana, molto adoperata nelle aree montuose anche per buona parte del resto dell'anno, e la cosiddetta mezzalana, realizzata intessendo lana e canapa. Nell'abbigliamento maschile era molto diffuso in tutte le stagioni l'utilizzo del fustagno, tessuto pesante di cotone preferito
per la sua resistenza ed economicità. Per la biancheria intima si adoperava il lino, a volte di una qualità così scadente da irritare continuamente la pelle.
Chi voleva confezionare da sè gli abiti per la propria famiglia si recava a comprare le stoffe a uno dei mercati o delle fiere che si svolgevano nei paesi e nelle città, o aspettava che nel suo paese arrivasse un venditore ambulante. Altre famiglie compravano la stoffa per poi far confezionare abiti e biancheria dalle sarte: «sia con i vestiti che con la biancheria» ricorda ad esempio una delle persone intervistate dalle nostre studentesse «si comprava la stoffa, poi so portava dalla sarta che cuciva i vestiti».
Le stoffe sintetiche erano poco diffuse, per cui i tessuti si ricavavano ancora perlopiù da sostanze vegetali e alcune delle persone intervistate dalle nostre studentesse hanno ricordato ad esempio le complesse e lunghe operazioni necessarie per ricavare il lino e la canapa. Si trattava in ogni caso di stoffe più resistenti di quelle odierne («l'abbigliamento di un tempo era più buono di qualità»  ha ricordato una delle intervistate), il che giustificava - insieme ovviamente alla povertà di quei tempi - la diffusissima consuetudine di rattoppare e rivoltare continuamente i vestiti: «quando si rompeva un vestito veniva cucito con pezzi di stoffa»  ha dichiarato nella sua testimonianza una contadina nata a Volla nel 1916, alla quale fa da contraltare una ricamatrice nata a Somma Vesuviana nel 1917, che ha testimoniato: «i vestiti si tramandavano da padre a figlio e quando si consumavano venivano rammendati».
 
5.2 Pulizia e cambio del vestiario e della biancheria
Per ciò che riguarda la pulizia di vestiti e biancheria il bucato era una delle operazioni più faticose e meno gradite dalle donne. Per lavare i panni esistevano nelle città delle vasche comuni nei cortili, dove i panni venivano lavati con la cenere o col sapone strofinandoli contro il bordo dei lavatoi o contro l'asse di legno del bucato. Nelle campagne invece, quando esisteva nelle vicinanze un corso d'acqua, era lì che si andavano a risciacquare i panni dopo averli lavati con un processo di liscivazione adoperando oltre alla cenere o al sapone anche del grasso ricavato dal maiale), per poi stenderli ad asciugare sull'erba. In ogni caso il bucato rappresentava una sorta di operazione collettiva alla quale partecipavano più donne, vista la pesantezza del compito, del quale restavano segni permanenti nella mani che la lisciva irruvidiva e screpolava. La cura della biancheria e dei vestiti era uno dei compiti più pesanti per le donne di quel tempo, anche perché oltre che lavare occorreva rammendare e rattoppare continuamente. I vestiti destinati ai giorni festivi venivano anche stirati utilizzando i bracieri che servivano a scaldare i letti.
Ma proprio per ciò che riguarda l'igiene degli abiti e della biancheria restava ancora molta strada da compiere, come dimostra l'esame dei dati raccolti dalle studentesse.
Per ciò che riguarda il cambio dei vestiti il 20% delle delle persone intervistate cambiava vestito ogni due o tre giorni, il 50% all'incirca ogni settimana mentre il restante 30% ricorda che al tempo della propria infanzia e adolescenza i vestiti venivano cambiati a intervalli di mesi.
Altrettanto preoccupante è il quadro derivante dall'esame dei dati relativi al cambio della biancheria da letto. Nel 40% dei casi essa veniva cambiata ogni settimana, in un ulteriore 40% ogni quindici giorni, mentre nel restante 20% dei casi il cambio avveniva con cadenza mensile. È inutile ricordare quali problemi di carattere igienico derivassero da tali abitudini: «lavavamo i panni del letto ogni venti giorni e spesse volte vi erano le pulci», ricorda ad esempio una casalinga nata a Somma Vesuviana nel 1917.
Infine non molto più confortanti sono i dati raccolti dalle studentesse in relazione al cambio della biancheria intima. All'incirca un terzo delle persone intervistate ricorda infatti che questa biancheria veniva cambiata solo una volta a settimana e alcune testimonianze ricordano come soprattutto tra le classi rurali ancora a inizio Novecento perdurava una resistenza all'utilizzo delle mutande e, per ciò che riguarda le donne, anche del reggiseno: «molti non la portavano», ci ricorda ad esempio a proposito della biancheria intima una donna nata nel 1906, così come una sommese che ha raccontato: «una volta a settimana si cambiava il sottoveste e non si portava né mutande né reggiseno».
È quasi superfluo ricordare che questa situazione era determinata non tanto da scelte individuali, quanto dalle estrema povertà di quel periodo storico. Negli anni della seconda guerra mondiale la situazione dell'abbigliamento, così come accadde negli altri settori della vita quotidiana, peggiorò ulteriormente: nel novembre del 1941 il governo fascista giunse addirittura a disporre il tesseramento anche di abiti, biancheria, scarpe e tessuti.

 
6.0 Le condizioni abitative

«Prima le case erano come l'inverno, oggi invece sono come la primavera», ha ricordato una delle persone intervistate dalle nostre alunne nel corso di questa ricerca. E molte altre persone intervistate hanno ribadito la grande diversità delle dimore della loro infanzia rispetto a quelle attuali.
È il caso di citare alcuni passi di queste interviste perché sia chiaro quanto erano spesso invivibili le case nelle quali le persone avvicinate dalle nostre studentesse hanno vissuto i primi anni della loro vita: «vi erano al massimo due stanze: una la cucina dove si svolgevano tutte le attività e un'altra dove dormiva la madre con tutti i figli»; «erano diverse per le ampiezze e le altezze. Le mura erano molto spesse, i pavimenti se c'erano erano grossolani o in cemento, con balconi e porte di legno»; «le case sono
cambiate. Prima erano senza pavimenti, le porte si chiudevano con una sedia dietro alla porta oppure con una mazza»; «prima erano molto piccole e dovevano viverci molte persone»; «erano molto fredde, mancavano riscaldamenti ed erano poco pulite»; «oggi le case sono più grandi, ben divise e con il soffitto più basso, prima invece le case avevano poche camere, soffitto alto e quindi difficile da riscaldare l'ambiente»; «prima le case erano costituite da un'unica stanza molto grande e molto alta e ci vivevano una decina di persone e non c'erano nemmeno i pavimenti, mentre oggi nelle case c'è tutto ciò che serve».

6.1 Le case popolari nelle città
Nelle città italiane, soprattutto in quelle più popolose, già molto tempo prima dell'unificazione del paese i quartieri popolari consistevano generalmente in agglomerati di case costruite senza alcuna regola se non talora quella di sfruttare ogni pezzo di terreno disponibile all'interno del cerchio delle mura cittadina di epoca medioevale. In questi quartieri gli edifici finivano spesso per essere separati l'uno dall'altro da vicoli talmente stretti da impedire anche il passaggio di una carrozza. Ciò provocava una
costante carenza di aerazione e di illuminazione in queste case, resa più grave dal numero e dalle dimensioni limitate non solo delle camere ma anche delle finestre. Solo alcuni appartamenti erano dotati di balconcini, che peraltro di solito sporgevano all'esterno per meno di un metro.
Nel primo Novececento il crescente inurbamento di milioni di italiani che lasciarono le natie campagne per andare a lavorare nelle industrie localizzate nelle aree urbane aggravò ulteriormente questa situazione.
Neppure la politica contraria all'urbanizzazione attuata dal regime fascista (sfollare le città fu uno dei tanti motti di Mussolini), riuscì a bloccare questo fenomeno. E l'urbanizzazione rese ancora più evidente l'inadeguatezza di buona parte degli edifici cittadini.
Un censimento nazionale effettuato nel 1931 e riguardante la situazione abitativa nelle città con più di 20.000 abitanti, attestò che all'incirca nella metà delle abitazioni esaminate non vi era acqua potabile, che le stanze da bagno erano presenti in meno di 1/10 del totale delle case e che nelle restanti mancavano talora anche delle semplici latrine. L'illuminazione raggiungeva nei grandi capoluoghi di regione circa il 50% delle case, ma nel resto delle città (sempre al di sopra dei 20.000 abitanti) la percentuale scendeva al 13%.
 
6.2 Le case popolari nelle campagne
Ancora più disastrosa era la condizione delle case nelle campagne. Queste case affacciavano in genere su un'aia che le piogge trasformavano rapidamente in uno stagno di acqua nerastra, anche perché residui vegetali e altre immondizie venivano lasciati spesso a macerare nello spazio aperto per poi essere utilizzati come concime. Una volta entrati nelle case si trovava generalmente al pianterreno un unico locale, di forma quadrilatera e dell'ampiezza media di una trentina di metri quadri. Il pavimento era costituito da un semplice impasto di sabbia e di ghiaia, oppure da assi di legno, o - nelle case dei contadini
economicamente un po' più agiati - da mattoni di terra cotta.
Oltre alla porta le altre aperture che davano all'esterno consistevano in una o al massimo due finestre (protette in genere da graticci di legno) di forma rettangolare e dimensioni ridotte, in modo che nella stagione invernale penetrasse dall'esterno il minor freddo possibile. Sempre per questa ragione le finestre
erano spesso poste sullo stesso muro sul quale si trovava la porta, in modo da evitare le correnti d'aria o, come si diceva allora, la doppia aria.
Le case erano perciò oscure e la corrente elettrica era un privilegio: tra le persone intervistate meno del 20% ne era in possesso ai tempi della propria infanzia e anche quando c'era si trattava a volte di «una lampadina per tutta la casa», come ricorda in una testimonianza un contadino nato a Saviano nel 1927.
Secondo i dati raccolti dalle studentesse la poca luce era fornita nel 50% dei casi da candele, nell'altra metà dei casi da lumi o lampade funzionanti a petrolio. In entrambi i casi, come si capisce, si trattava di fonti di illuminazione scarse e perdipiù maleodoranti.
Sempre facendo riferimento alle testimonianze raccolte, il riscaldamento delle dimore era assicurato nella gran parte dei casi da un braciere, funzionante perlopiù a carbonella. Nel 25% dei casi il riscaldamento era invece assicurato dal focolare, che si trovava in genere appoggiato a un muro che non fosse quello dove si trovava la porta di ingresso. Sotto al focolare si trovava a volte un cassetto che serviva a riporre panni e attrezzi da cucina o anche qualche genere alimentare. Al di sopra del focolare si
apriva invece una vasta cappa, a forma di tronco di piramide aperto verso la base. Nonostante le dimensioni della cappa il tiraggio era spesso insufficiente. In particolare quando la cappa veniva costruita troppo larga e corta, più che facilitare l'uscita del fumo essa favoriva la discesa dell'aria fredda, che ricacciava i vapori all'interno dell'abitazione. Così le case rurali erano piene di fumo e di fuliggine, che rimanevano una costante testimonianza nella spessa gromma che ricopriva le pareti e i soffitti di quasi tutte queste abitazioni.
In non pochi casi il pianterreno era utilizzato come deposito e stalla e allora il focolare e la cucina si trovavano al piano superiore.
Al centro di questo locale a pianterreno si trovava la tavola, costruita in legno, di forma quadrata o più raramente ovale, spesso dotata di un cassetto per riporre le posate (cucchiai di ottone, forchette e coltelli di ferro) e la tovaglia di canapa grezza; l'uso dei tovaglioli era sconosciuto. Per apparecchiare la tavola si usavano piatti e scodelle realizzati in ceramica che in caso di rottura venivano riparati cucendo i vari pezzi con del fil di ferro, mentre i bicchieri, le bottiglie e l'ampolla per l'olio erano in vetro.
Una scala di legno permetteva di salire al piano superiore (altre case, soprattutto le più antiche, avevano invece in genere una scala esterna che dall'aia conduceva a un loggiato da cui si accedeva al piano superiore). Per rendere più agevole la salita soprattutto ai bambini e agli anziani la scala di legno era a volte dotata di corrimani realizzati in legno o in corda. La scala poggiava su un angolo della ribalta che consentiva l'accesso alle camere da letto del piano superiore.
Al centro di queste camere due cavalletti di legno alti un po' più di mezzo metro sostenevano delle assi sulle quali si poggiavano due grossi sacchi (i sacconi) ripieni di paglia o di foglie di granoturco: «i materassi erano fatti con le foglie di granturco»  ricorda a questo proposito una delle persone intervistate.
L'arredamento delle stanze da letto era completato da un paio di sedie, da due vasi da notte che trovavano posto sotto al letto, da una cassa dove si riponevano la biancheria e i vestiti (il cosiddetto cassone, che costituiva insieme alla biancheria una parte della dote matrimoniale) e da un grosso armadio.

6.3 L'igiene domestica
Praticamente tutte le case rurali mancavano di fognature. Gli escrementi umani venivano perciò raccolti insieme al letame animale per essere utilizzati come concime. Il tutto veniva in genere ammassato nelle stalle per poi essere riposto vicino alle case quando era terminata la fermentazione.
Molte famiglie contadine non disponevano nemmeno di edifici per la custodia delle bestie. Per questo motivo con esse convivevano degli animali non domestici, la cui presenza era più frequente nei mesi freddi.
Gli animali che erano presenti più spesso nelle case contadine erano i polli, che dopo aver razzolato di giorno nei pressi dell'abitazione trovavano rifugio la sera in casa, a volte sotto il letto matrimoniale, quando questo si trovava a pianterreno. Nel 30% delle testimonianze raccolte dalle nostre alunne è attestata difatti la presenza di pollame nelle abitazioni nelle quali hanno le persone intervistate hanno vissuto la loro infanzia.
Anche i maiali erano talora ospitati nelle case contadine: quasi il 10% delle persone intervistate ricorda questa circostanza. Il porco costituiva d'altra parte un animale particolarmente apprezzato in quanto poteva essere ingrassato con i miseri avanzi della cucina popolare e anche perché quando veniva ucciso ogni sua parte veniva utilizzata.
Nelle dimore rurali che mancavano di una stalla trovavano accoglienza ancora altri animali: asini e cavalli anzitutto (come testimoniato nel 20% delle interviste), agnelli, pecore e capre (10% delle testimonianze), mucche (8% delle testimonianze).
Ogni animale era allevato per la sua utilità, anche quelli domestici: i gatti servivano ad esempio per cacciare i topi, che erano sempre numerosi, così come gli insetti sgradevoli, a cominciare dagli scarafaggi e dalle mosche.
In queste case, dunque, il lezzo diffuso dall'immondizia si confondeva con l'odore dei cibi e il tutto con l'odore aspro degli animali e dei loro escrementi. L'umidità era notevole in tutto l'anno. Il freddo entrava facilmente dalle finestre protette solo da impannate. Nella buona stagione era invece il caldo a rendere ancor più invivibili le abitazioni. Tutto questo aggravava il quadro patologico di chi abitava in quelle case.

 
7.0 Conclusione

Oggi, per noi che viviamo in una società del benessere (quale indubbiamente può essere definita nel contesto mondiale l'Italia dagli anni Sessanta del secolo ventesimo in poi) non è semplice comprendere appieno le condizioni di vita delle classi popolari nell'Italia del passato, anche di quello più recente che va dall'inizio del Novecento al boom economico.
Si trattava infatti di persone che vivevano spesso sul filo della pura sopravvivenza, per cui un qualsiasi evento negativo di una certa portata era in grado di ridurli non alla miseria, perché quella era già la loro compagna fedele di vita, ma alla fame vera e propria.
Lo stesso concetto di fame è difficilmente comprensibile per chi appartiene a una società consumista, poiché indubbiamente può risultare arduo oggi rendersi conto di tutti gli effetti che possono essere provocati dalla mancanza di cibo.
È difficile per noi immaginare una fame che impedisce di dormire o anche solo di pensare ad altro che non sia la paura di morire per la mancanza di cibo e di vedere anche i nostri cari fare la stessa fine, e che popola i sogni notturni di incubi stimolati dallo stomaco vuoto. Eppure questa è stata la realtà vissuta dai nostri progenitori sino a poco tempo fa. Non solo i documenti classici di produzione per così dire colta, ma anche e soprattutto quelli di origine popolare ci parlano proprio di un universo della fame: racconti, proverbi, canti, credenze, filastrocche, scioglilingua, leggende, hanno tra i loro temi più consueti la descrizione della fame, la paura della fame, oppure il tentativo di esorcizzare questo terrore attraverso il racconto di fantomatiche abbuffate pantagrueliche.
E anche in alcune delle interviste realizzate dalle studentesse la fame è vista come un nemico costantemente in agguato: «la colazione veniva fatta di rado, mentre per il pranzo e la cena o si faceva solo il pranzo o solo la cena. Era difficile che si facessero tutte e due le cose»; «mangiavamo solo la mattina il latte e la sera, sempre se c'era da mangiare».
In anni in cui i maggiori pericoli alla salute provengono non dalla sottoalimentazione quanto piuttosto dall'eccesso di cibo, un altro dei meriti del lavoro svolto dalle allieve è stato quello di consentire alle generazioni giovani di oggi di recuperare la memoria storica di chi la sua gioventù l'ha vissuta in anni difficili.
 


Le studentesse che hanno partecipato alla ricerca:

Classe III Sezione C Marianna Acanfora;  Silvana Biancaniello; Luisa Bianco; Marianna Carotenuto; Ada Dell'Ermo; Anna Di Sarno; Sonia Fragliasso; Anna Rita Maione; Marianna Nappi; Sabrina Navarro; Stefania Pagano; Simona Patricelli; Maria Rea; Maria Riccardi; Giorgina Rottino; Stella Russo; Anna Scarpato.

Classe III Sezione D Agata Annunziata; Lina Ciano; Natalia De Luca Cicale; Antonietta Carotenuto; Mariagrazia Ciccarelli; Nunzia De Luca; Patrizia Di Biasi; Maria Rita Di Marzo; Alfonsa Formisano; Anna Iorio; Marianna Ippolito; Anna Maiello; Maria Maione; Marcella Marigliano; Marianna Nocerino; Maria Rosaria Orofino; Anna Pacecchi;  Annarita Pignalosa;  GraziaTalento.